L'incontinenza urinaria post partum è un disturbo molto comune nelle donne: i consigli del professor Antonio Pellegrino per la cura e la prevenzione.
Diventare mamma è un viaggio incredibile, fatto di emozioni intense, nuove scoperte e... un corpo che cambia stravolgendo le nostre abitudini. Spesso ci prepariamo a tutto: l'allattamento, il sonno del neonato, le culle e i passeggini. Eppure, c'è un dettaglio di cui si parla sempre troppo poco, quasi fosse un segreto da custodire con imbarazzo: l’incontinenza urinaria nel post-partum.
Che si tratti di un piccolo "incidente" mentre si ride di cuore o si tossisce, la perdita di urina da sforzo è un disturbo che accomuna moltissime neo-mamme. La famosa meta analisi “Prevalence of postpartum urinary incontinence: a systematic review” dimostra che nei primi 3 mesi dopo il parto, la prevalenza di una qualsiasi forma di incontinenza si attesta attorno al 33% (circa 1 donna su 3), indicando l’incontinenza da sforzo (Stress Urinary Incontinence) come la forma di gran lunga più comune (oltre il 54% dei casi totali). Si può prevenire? E come si cura? Lo abbiamo chiesto ad Antonio Pellegrino, Direttore Unità Operativa Complessa (UOC) di Ostetricia e Ginecologia, ASST Lecco. Tra falsi miti da sfatare (spoiler: il parto cesareo non mette del tutto al riparo dal rischio!), ginnastica riabilitativa ed eccellenze tecnologiche come la telemedicina, il dottore ci spiega come riprendere in mano il benessere del nostro corpo.
Quali sono le cause di questo disturbo?
«La gravidanza e il peso del futuro nascituro per tutto il periodo gestazionale non fanno altro che gravare sul pavimento pelvico, una sorta di “amaca” che accoglie il viscere uterino con il suo contenuto. Poi ci sono gli eventi del parto che, a loro volta, aumentano la pressione su tutto il pavimento pelvico determinando uno stiramento dei muscoli pelvici e possibili lesioni ai tessuti di supporto. Si tratta di microlesioni che, a lungo andare, compromettono il meccanismo di tenuta dell’urina e quindi della continenza urinaria».
Esistono dei fattori di rischio?
«Certamente. Gli episodi di perdite urinarie in gravidanza, un aumento di peso importante fuori dal range considerato fisiologico, l’obesità, il fumo e la stipsi sono tutti fattori di rischio».
L’incontinenza urinaria si può manifestare anche in caso di taglio cesareo?
«Sicuramente il pavimento pelvico ringrazia di non essere stato sottoposto a un ulteriore stress, però non si deve pensare che il taglio cesareo prevenga in modo assoluto questo disturbo, perché la donna può manifestare l’incontinenza urinaria già durante la gestazione».
E quali sono i rischi dell’incontinenza?
«L’incontinenza urinaria da sforzo ci segnala che il pavimento pelvico ha subito un danno. Nello specifico, parliamo del comparto anteriore (vescica e uretra), del comparto centrale (utero) e del comparto posteriore (retto). Non ci deve essere l’equazione automatica secondo cui «incontinenza urinaria da sforzo significa che avrò sicuramente un prolasso da correggere chirurgicamente», però è certamente un campanello d’allarme importante. Di conseguenza, seppure non si sia risolta l’incontinenza urinaria da sforzo nell’immediato post-partum, è sempre possibile mettere in atto una serie di strategie per prevenire il cedimento degli altri comparti, come quello centrale dell’utero e quello posteriore del retto».
Quanto il tabù dell’incontinenza urinaria influenza la diagnosi?
«Purtroppo, il non parlarne ritarda la diagnosi. Ecco allora l’importanza di affrontare questo problema già durante la gestazione. Bisognerebbe chiedere alla donna: «Signora, le capita di perdere urina se tossisce, se ride, o in altre occasioni?». E rassicurarla: «Signora, guardi, non si preoccupi, è un evento che può accadere e ha fatto bene a segnalarlo. Si ricordi che abbiamo a disposizione delle terapie efficaci. Non deve convivere con questo disturbo: terminiamo la gravidanza e poi lo valutiamo». Ecco, questo è il messaggio fondamentale da mandare alle donne».
Cosa si può fare già in gravidanza, ed eventualmente prima, per prevenire questo disturbo?
«Sebbene non sia possibile prevenire tutti i casi di incontinenza urinaria post-partum, esistono però degli interventi efficaci. In primo luogo, occorre allenare il pavimento pelvico durante la gravidanza: questo significa migliorare la forza e la resistenza di questa “amaca” muscolare che sostiene vescica e uretra. L’allenamento è molto simile a quello che fa uno sportivo: se ci si allena bene, dopo una gara il recupero è migliore e più rapido».
Chi è il personal trainer di riferimento?
«La figura dell’ostetrica, che collabora con il ginecologo durante tutto il percorso della gestazione, può dare un contributo fondamentale, perché insegna alla donna come localizzare e utilizzare correttamente questi muscoli. Poi bisogna adottare uno stile di vita favorevole alla salute del pavimento pelvico: fare attenzione al proprio peso, praticare la giusta attività fisica e prevenire la stipsi o la tosse cronica. Infine, sono importanti tutte quelle strategie posturali che limitano gli eccessi di carico sul pavimento pelvico durante la gestazione».
Quando una donna dovrebbe iniziare a preoccuparsi per le perdite di urina?
«Se nelle prime settimane le perdite sono lievi e, tutto sommato, tendono a regredire e a migliorare nel tempo senza peggiorare, si tratta quasi certamente di un evento che si autorisolve. Viceversa, se tendono a persistere o addirittura a peggiorare nei primi mesi, bisogna cominciare a parlarne tempestivamente con il proprio ginecologo».
La visita dei famosi 40 giorni può essere l’occasione giusta?
«Non c’è da allarmarsi nei primi 30-40 giorni, ma la visita rappresenta sicuramente un momento anamnestico molto importante per fare il punto della situazione».
Quali sono le terapie più adeguate?
«Il primo approccio deve essere di tipo conservativo, ovvero quello che definiamo “chinesiterapia pelvi-perineale”: una fisioterapia mirata a reclutare le contrazioni e i muscoli di quella struttura anatomica definita muscolo elevatore dell’ano. Sempre più spesso si utilizza anche la radiofrequenza associata alla somministrazione contemporanea di acido ialuronico: le onde facilitano l’assorbimento dell’acido ialuronico introdotto in vagina, che va a reintegrare, elasticizzare e migliorare il trofismo di questa muscolatura e delle fibre di collagene. Infine, un’ottima opzione è il laser, che sta fornendo risultati eccellenti: nove donne su dieci risolvono il problema con sole tre sedute».
Tra le terapie, c'è anche l’elettrostimolazione?
«La fisiokinesiterapia può essere attiva o passiva. Nel primo caso si invita la donna a reclutare attivamente i muscoli e a utilizzarli in sinergia e non in antagonismo. Tra le terapie passive abbiamo invece l’elettrostimolazione vaginale: si utilizzano apposite sonde collegate a programmi che inviano impulsi elettrici per stimolare e riattivare la muscolatura».
In quanto tempo si ottengono i primi risultati con la fisioterapia?
«Un miglioramento si riscontra molto rapidamente, nel giro di pochissimo tempo. È chiaro che sviluppare un programma riabilitativo nell’immediato post-partum richiede un impegno importante sia da parte del terapeuta sia della donna. Se il terapeuta è a disposizione, la neo-mamma ha comprensibilmente molte altre priorità in questa fase della vita. Per questo motivo abbiamo introdotto un servizio di telemedicina: uno strumento che permette di migliorare l’aderenza terapeutica e di seguire la paziente da remoto nel suo percorso riabilitativo, alternando i controlli a momenti in presenza».
Fonte: Valentina Rorato - QuiMamme - Corriere della sera